Letture brevi

«È l'unica libera.»
«Dov'è?»
«In fondo alla fila chiusa da quel gorilla al femminile. Difficile che qualcuno la occupi.»
«Non sarà mica cannibale?»
«Ci sarebbe da chiederselo. No dai, è piuttosto gentile, troppo. Sai com'è, i maschietti sono presto feriti nell'amor proprio. Si sentono umiliati.», concluse l'allenatore e titolare del centro.
Una selva di croci.
Sghimbesce, alcune hanno abbandonato il piedistallo. Giacciono a lato in frantumi. Tante restano ancora erette tra putti lucidi marmorei che rifrangono i raggi solari e putti in pietra opachi, corrosi dal tempo, pronti a sgretolarsi.
Lapidi, tante. Un festival di nomi e date: n. il…, m. il…, incisi nel marmo paziente, polveroso.
Qualcuna solo con: n. il…, in attesa silenziosa, certa che prima o poi finirà. Una sequenza muta d'immagini in bianconero. Espressioni le più strane ammiccano dall'oblò ovale riconoscenti ai fratelli Lumières.

Anni 60 del 1900.
Il mattino in cui Nando andò via, prima di lasciarsi dietro l'ultima casa del paese, uno dei tanti ragazzini sudici e spensierati, correndo dietro la palla, attraversò la strada costringendo l’auto che trasportava lui e la sua malmessa valigia a un brusco arresto. Allo stridere dei freni, una donna, forse la madre del monello, veniva sulla porta di casa e scambiava con l'autista una filastrocca di insulti e minacce, per poi congedarsi con un gestaccio della mano.
Dal marciapiedi il mariolo, ormai al sicuro, faceva le boccacce.

«Paese sconcio e miserabile», brontolò Nando quasi tra sé, «finalmente ti lascio
«Beato te che te ne vai.», aveva commentato con rimpianto il tassista, «Troppo vecchio per farlo anch'io
Il giovane infatti andava lontano, all’estero.

«Che stai facendo?»
«Scrivo?»
M’indirizzò un’occhiata sprezzante dal sommo del capitello di granito in stile dorico dove stava appollaiato da millenni, affacciato sull'ingresso di quell’antro, il suo tempio, scavato nel ventre della roccia, lui forse una volta corvo o cornacchia e ora condor delle Ande dal piumaggio ormai scialbo. Tra gli artigli, ogni tanto ne sollevava uno perché forse pativa di artrosi, strane prede: serpi velenose, ricci, conigli, volatili e altre carogne.

     Lo rassomigliavo a un canonico di fine ottocento con testa pelata, collo lungo coperto di peluria bianca mentre borbottava parole del breviario, o a un vecchio monaco brontolone con il saio sporco e segnato dall’usura.

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